Per anni abbiamo ripetuto alle aziende che dovevano produrre contenuti. Servivano pagine per i prodotti, articoli per intercettare le ricerche, guide per spiegare le tecnologie, post per alimentare i social e materiali da consegnare alla rete vendita. Il principio era corretto: un’azienda che non rende pubblica la propria competenza lascia al mercato il compito di immaginarla.

Oggi, però, produrre testo è diventato facile. Un’impresa può generare in pochi giorni ciò che prima richiedeva mesi: decine di articoli, centinaia di descrizioni, risposte alle domande frequenti, newsletter, post e pagine verticali. Il costo della prima bozza è crollato e continuerà a scendere.

Questo non significa che il content marketing sia finito. Significa che il semplice possesso di contenuti smetterà di essere un vantaggio competitivo. Secondo il sito Klc.it, entro il 2028 la distanza tra le aziende non sarà determinata principalmente da quante pagine avranno pubblicato. Dipenderà da quante informazioni credibili, specifiche e difficili da copiare saranno riuscite a mettere dentro quelle pagine. Il contenuto diventerà abbondante. La prova resterà scarsa.

L’intelligenza artificiale non rende tutti competenti

Un modello linguistico può spiegare che cos’è una lavorazione CNC, come funziona un impianto di aspirazione o quali criteri considerare nella scelta di un software gestionale. Può organizzare il testo, trovare una metafora, costruire una tabella e adattare il linguaggio a un buyer tecnico o a un responsabile acquisti.

Quello che non possiede è l’esperienza specifica dell’azienda. Non sa, a meno che qualcuno non glielo fornisca:

  • quali materiali hanno creato più problemi in produzione;
  • quali tolleranze vengono realmente mantenute;
  • quali richieste vengono rifiutate e perché;
  • dove si concentrano i tempi di avviamento;
  • quali errori commettono più spesso i clienti;
  • quali dati servono per formulare un’offerta;
  • che cosa distingue una commessa redditizia da una ingestibile;
  • come si comporta un prodotto dopo tre anni di utilizzo;
  • quali verifiche vengono eseguite prima della consegna.

L’intelligenza artificiale può trasformare queste informazioni in un contenuto migliore. Non può inventarle senza ridurre il testo a una rappresentazione plausibile del settore. La differenza è decisiva. Una pagina plausibile sembra competente a chi conosce poco l’argomento. Una pagina fondata sull’esperienza regge anche davanti a chi lavora ogni giorno con quei prodotti, quei materiali o quei processi.

Stiamo entrando in un mercato pieno di contenuti corretti ma intercambiabili

Il rischio dei prossimi anni non è soltanto la pubblicazione di testi palesemente scadenti. È la diffusione di contenuti formalmente corretti, leggibili e sostanzialmente identici. Il problema si vede già oggi. Si prende un argomento, si analizzano le pagine presenti su Google e si produce una versione che contiene:

  • la definizione;
  • i vantaggi;
  • gli svantaggi;
  • una tabella comparativa;
  • cinque criteri di scelta;
  • alcune domande frequenti;
  • una conclusione prudente.

Il risultato può essere utile. Ma quando dieci aziende pubblicano la stessa struttura, con gli stessi concetti e un diverso logo in alto, nessuna costruisce una ragione per essere ricordata.

Google riconosce che l’intelligenza artificiale può essere utile per la ricerca e per organizzare contenuti originali. Avverte però che la generazione di molte pagine senza un valore aggiunto può rientrare nell’abuso di contenuti su larga scala. Il problema, quindi, non è l’impiego dell’AI: è l’assenza di un contributo originale e rilevante.

La quantità può ampliare la copertura di un sito. Non produce automaticamente autorevolezza.

Chi compra nel B2B non vuole altri riassunti

Un buyer non ha bisogno dell’ennesima spiegazione generica su quanto siano importanti qualità, innovazione e servizio. Ha bisogno di ridurre l’incertezza. Vuole capire se il fornitore:

  • può gestire il suo caso;
  • conosce i vincoli dell’applicazione;
  • è in grado di documentare ciò che afferma;
  • riconosce i limiti della propria offerta;
  • sa quali domande porre prima di formulare una proposta.

Questo vale anche per i contenuti apparentemente più alti e strategici.

Una ricerca LinkedIn ed Edelman segnala che il 71% dei decisori ritiene che meno della metà dei contenuti di thought leadership consumati offra indicazioni realmente utili. Nello stesso studio, l’80% dichiara di volere sia dati provenienti da fonti affidabili sia conoscenze proprietarie dell’azienda che pubblica; il 67% preferisce inoltre un punto di vista attribuito a un autore riconoscibile, invece di una voce aziendale senza volto.

Il dato interessante non è che le persone vogliano contenuti più lunghi o più sofisticati. Vogliono qualcosa che non avrebbero potuto ottenere leggendo altre cinque pagine sullo stesso argomento.

La prova non coincide con il numero

Quando si parla di prova, molte aziende pensano subito a percentuali, casi studio e risultati economici. Sono elementi importanti, ma non sono gli unici. Un’azienda industriale può dimostrare competenza anche spiegando:

  • come valuta una richiesta;
  • quali dati rendono un disegno producibile;
  • quali variabili modificano un preventivo;
  • perché due materiali apparentemente simili richiedono processi diversi;
  • quali controlli sono compresi e quali devono essere richiesti;
  • quando una soluzione standard non è adatta;
  • quali condizioni possono compromettere il risultato;
  • come viene gestita una non conformità.

Queste informazioni hanno valore perché nascono dal lavoro reale. Non serve pubblicare dati riservati. Serve riconoscere che la conoscenza aziendale non si trova soltanto nelle grandi storie di successo. È presente anche nelle decisioni quotidiane che tecnici, commerciali, qualità e produzione prendono quasi senza accorgersene.

Una frase come: “Realizziamo soluzioni personalizzate per ogni esigenza” non dimostra nulla.

Una frase come: “Prima di confermare la fattibilità verifichiamo materiale, geometrie critiche, tolleranze, quantità, controlli richiesti e condizioni di consegna. Se manca uno di questi elementi, l’offerta viene formulata con riserva oppure richiede un confronto tecnico.” non contiene un risultato spettacolare. Ma comunica come lavora l’azienda e permette al cliente di preparare una richiesta migliore. È già una prova.

Le informazioni più preziose sono spesso nascoste nelle persone

Il problema è che le aziende non sono organizzate per produrre questo tipo di contenuti. La competenza rimane distribuita tra:

  • tecnici che risolvono problemi;
  • commerciali che ascoltano obiezioni;
  • preventivisti che riconoscono richieste incomplete;
  • addetti qualità che gestiscono documenti e controlli;
  • assistenza che vede gli errori dopo l’installazione;
  • direzione che conosce margini, priorità e mercati sostenibili.

Quando il marketing lavora senza queste persone, può produrre testi ordinati ma poveri di realtà.

Quando le coinvolge male, ottiene riunioni lunghe e risposte generiche.

Il lavoro editoriale più importante dei prossimi anni non sarà chiedere a un esperto di scrivere un articolo. Sarà estrarre dal suo lavoro informazioni utilizzabili.

Non: Parlaci dei vantaggi del prodotto. Ma: In quale situazione sconsiglieresti questo prodotto?

Non: Che cosa vi distingue? Ma: Quale informazione ti permette di capire in dieci minuti se una richiesta è compatibile?

Non: Quali sono i punti di forza dell’azienda? Ma: Quale errore del cliente modifica più spesso tempi o costi?

Domande di questo tipo producono materiale che un modello linguistico può organizzare, chiarire e adattare. Senza quel materiale, il modello può soltanto costruire la versione più probabile di ciò che direbbe un’azienda del settore.

Il sito diventerà anche un archivio di conoscenza commerciale

Per molte imprese il sito è ancora considerato una presentazione. Si decide che cosa pubblicare pensando soprattutto a ciò che l’azienda desidera raccontare:

  • storia;
  • valori;
  • prodotti;
  • servizi;
  • certificazioni;
  • contatti.

Nei prossimi anni il sito dovrà svolgere una funzione più ampia. Dovrà diventare un archivio pubblico e interrogabile della conoscenza che può aiutare il mercato a decidere.

Questo significa collegare meglio:

  • prodotti e applicazioni;
  • lavorazioni e materiali;
  • problemi e criteri di scelta;
  • settori e requisiti;
  • pagine commerciali e documentazione;
  • affermazioni e prove.

Non ogni informazione merita una pagina. Non ogni domanda richiede un articolo di duemila parole. Alcune risposte possono vivere in una tabella, in uno schema, in una nota tecnica, in un glossario o in un documento scaricabile. Il punto non è aumentare il volume. È aumentare la densità di conoscenza utile.

L’AI renderà ancora più visibile la differenza tra testo e fonte

I sistemi generativi non utilizzano il web soltanto per trovare sequenze di parole. Devono ricostruire relazioni, confrontare affermazioni e scegliere quali fonti impiegare nella risposta. Una pagina generica può essere facilmente sostituita da un’altra.

Una pagina che contiene una spiegazione originale, un dato attribuito, un processo reale o un criterio applicativo offre invece qualcosa che può essere ripreso, citato o utilizzato per distinguere un caso. Questo non garantisce che un’azienda venga menzionata da ChatGPT, Claude, Gemini o Google. Nessuno può garantirlo. Ma chiarisce la direzione del lavoro.

In un web nel quale produrre testo costa sempre meno, pubblicare ciò che tutti possono generare avrà un valore decrescente. Pubblicare ciò che deriva da esperienza, responsabilità e conoscenza proprietaria avrà un valore crescente.

Il nuovo problema non sarà scrivere, ma decidere che cosa merita di essere scritto

L’AI sta già entrando nei processi editoriali delle imprese. Una ricerca del Content Marketing Institute rilevava che il 75% dei team marketing delle grandi organizzazioni utilizzava strumenti di intelligenza artificiale, in aumento rispetto all’anno precedente. Un’altra rilevazione segnalava però un livello ancora basso di piena fiducia nei risultati generati.

È una situazione comprensibile. L’intelligenza artificiale è abbastanza capace da produrre molto materiale credibile. Proprio per questo gli errori possono essere più difficili da riconoscere e i testi mediocri possono sembrare migliori di quanto siano.

La domanda non può più essere soltanto: “Possiamo generare questo contenuto?” Quasi sempre la risposta sarà sì.

Le domande importanti saranno: “Abbiamo qualcosa di specifico da dire?, Da quale esperienza deriva?, Chi è in grado di verificarlo?, Aiuta davvero un cliente a scegliere?, Potrebbe essere pubblicato identico da un concorrente?” Se l’ultima risposta è sì, il contenuto non è necessariamente inutile. Ma difficilmente rappresenta un vantaggio.

Crescerà il valore delle aziende che sanno dimostrare

Entro il 2028, produrre mille pagine sarà tecnicamente più facile di quanto oggi sia produrne cento. Per questo la quantità perderà progressivamente il proprio valore come segnale di competenza. Le aziende più credibili non saranno necessariamente quelle con il blog più grande. Saranno quelle capaci di trasformare il lavoro reale in un patrimonio pubblico ordinato:

  • conoscenze attribuibili;
  • criteri di scelta;
  • limiti dichiarati;
  • documenti;
  • esempi;
  • dati;
  • processi;
  • risposte validate da persone competenti.

Il contenuto continuerà a essere il mezzo. La prova diventerà il vantaggio.

Di Alessandro Garoffi

Scrivo un blog sulle mie cose preferite e condivido i piccoli momenti della mia vita che mi rendono felice. La vita è troppo breve per non divertirsi.